“Correggio che dipingeva appeso in cielo” di Dario Fo
Antonio Allegri, meglio conosciuto come il Correggio, nella memoria di chi si occupi di pittura, in particolare di quella del Rinascimento italiano, lo si trova oggi sistemato in una classifica mediana.
Anzi va sottolineato che già nella prima metà del secolo passato, senza i dirompenti studi e saggi di Roberto Longhi e Federico Zeri a riscoperta del Correggio, egli si ritroverebbe ad arricchire la pletora degli pseudo ignorati.
Infatti all’inizio del secolo l’attribuzione di opere al grande pittore padano si limitava a pochi dipinti scelti fra i meno importanti.
La sua vasta produzione era stata letteralmente sottratta all’autentico autore e, pitture straordinarie come L’educazione di Cupido con Venere ignuda o la stessa dea dormiente spiata dal satiro o Giove che si tramuta in nube per godersi la splendida Io, Il ratto di Ganimede, Danae posseduta da Giove che si è trasformato in monete d’oro, erano state impunemente tolte al Correggio per passare ad arricchire la produzione di Tiziano, di Lotto, di Giorgione e perfino di Raffaello.
Per restituire il maltolto al legittimo autore ci vollero veri e propri raid di riscatto combattuti da un tenace esercito di critici italici e stranieri. Per quanto poi riguarda l’opera oggi più conclamata del Correggio, ovvero i giganteschi affreschi delle cupole di Parma, essa era letteralmente finita nell’oblio, spazzata via da un uragano di vuoto culturale.
Di questo si occupa lo spettacolo-lezione a cui ho assistito ieri sera al teatro Nuovo di Salsomaggiore Terme, una prova generale divisa in due serate, la prima nazionale si svolgerà a Parma nella cornice del Parco Ducale il 23 e 24 giugno.
Assistere ad uno spettacolo di Dario Fo è un’esperienza unica, una vera e propria lezione d’arte, mai banale e mai noiosa da consigliare a chi ama la “terza arte”.