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Dario Fo e la pittura

dario fo

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Da sempre ho bisogno di disegnare o dipingere quasi ogni giorno. Ma da un po’ di tempo ho scoperto un sistema davvero magico di elaborare i miei dipinti. Eseguo una pittura a tempera ripresa con passaggi di colori ad olio, caricata di smalto essiccante perché si asciughi in fretta. Quindi infilo la tavola nella fotocopiatrice e la programmo in modo che mi riproduca un’immagine cromaticamente capovolta, cioè là dove nell’originale c’è il giallo senese apparirà un blu di cobalto, dov’è il rosso faccio apparire il violetto e così via: il nero si tramuta in bianco e l’arancione in verde, e viceversa.

Questa folle operazione non la eseguo da solo, mi faccio aiutare da Giselda o da Carlotta, due assistenti nate col computer inserito in capo. Spesso il risultato è disastroso: le immagini che riappaiono hanno perso volume, le ombre proprie e quelle portate sono sparite, per non parlare dei tagli di luce, che nell’originale esaltano le figure ma qui sono defunti. In altri casi, invece, si produce una metamorfosi davvero sorprendente: il dipinto acquista una profondità inaspettata, soprattutto il movimento compositivo è esasperato al punto da farlo apparire un mosaico surrealista, dove le figure sembrano sortire dalla tavola in una quarta dimensione.

Finita l’operazione, infilo la migliore variante del dipinto nella fotocopiatrice, una macchina di ultima generazione, e aiutato dalle due assistenti cerebrocomputerizzate, ordino al computer di eseguire nell’ultima versione nuove varianti d’impianto. Il taglio di luce diventa nero, e l’ombra chiara, come se le figure fossero illuminate da due lati. Il cielo è verde veronese, i personaggi sembrano inseriti ad altorilievo. Suggerendo al computer poi altre varianti, arriviamo pure a muovere ogni dettaglio di immagine, farlo esplodere, ricomporre e soprattutto si giunge ad agitare le figure di ragazzi e ragazze come danzassero e giocassero ad arrotolarsi uno abbracciato all’altro.

Di volta in volta il risultato è di assistere ad un gioco di ribaltamento paradossale, ad ogni sfornata appaiono dipinti di scuole diverse, ecco un quadro Fauve, poi un metafisico, un periodo blu di Picasso e un’affresco bizantino. A questo punto provo ad infilare nel riproduttore una pittura di Cimabue in cui il bianco di base (la biacca) per cause chimiche si era trasformato in terra gialla e in nero, una specie di foto in negativo. Ordinando al computer di rovesciare l’immagine, ecco che si vede riapparire l’affresco più o meno come era stato dipinto dal maestro di Giotto. Proprio un miracolo!

Nei giorni appresso mi sono lasciato andare addirittura ad una specie di profanazione da arresto immediato, ho usato lo stesso sistema con dipinti di Leonardo, Raffaello, Michelangelo e perfino di Simone Martini. Il risultato era ogni volta da urlo. Spesso la pittura che ne sortiva era delicata come provenisse dai provenzali, altre sembravano pitture egizie.

Ma presto mi sono reso conto che questo gioco stava diventando pericoloso. Guardavo un dipinto o una foto stampata su un quotidiano e mi appariva subito trasformata dal cervello alla maniera del computer.

Il guaio è che questa tendenza alla deformazione metamorfica ha cominciato a manifestarsi anche con le immagini reali, addirittura guardando le mie collaboratrici e perfino Franca. All’istante le vedevo tradotte in figure atzeche o minoiche e poi ancora allungate e sinuose come ritratti di Modigliani in movimento.

via UN SOGNO A COLORI | Il blog di Dario Fo – Teatro, commedia, satira, politica.

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